I Vincitori della 3° Edizione del Premio Giornalistico Almerigo Grilz

Giovani giornaliste e giornalisti che hanno saputo testimoniare il loro pezzo di realtà vissuto sul campo dei conflitti, armati e ibridi, ad alta e a bassa intensità, che persistono in ogni zona del mondo.

Francesco Maviglia

Francesco Maviglia è un giovane freelance che ha voluto, da subito, andare oltre: cercare la notizia e non la notorietà.

Il suo reportage sulla Nigeria è stato realizzato seguendo i crismi e le regole del giornalismo: chilometri, fatica e molti rischi, a fronte di uno scarso ritorno mediatico e finanziario. Ha seguito una storia al di là di ciò che impongono le regole del mercato, inseguendo il senso del vero giornalismo.

Per arrivare al villaggio in cui ha raccolto testimonianze e racconti delle vittime, ha attraversato terre di nessuno, affrontato pericoli, si è nascosto ed è poi riuscito a scappare in tempo. Quello che nel giornalismo di oggi si vede sempre meno: andare, vedere e raccontare senza la certezza di essere pubblicati.

Francesco Maviglia è il primo classificato dell’edizione 2026 del Premio Giornalistico Almerigo Grilz.

Sergio Attanasio

In tempi di informazione troppo veloce e poco accurata, Sergio Attanasio, 32 anni, è un freelance che vive i suoi reportage sul campo, anche per mesi.

Fotografo, ma anche giornalista capace di raccogliere notizie di prima mano, concentra il proprio sguardo sul Mediterraneo allargato. Attanasio ha illustrato una grande inchiesta pubblicata dal quotidiano spagnolo El País sul riciclo dell’acciaio di guerra, scarto dei conflitti che finanzia i gruppi armati. Una storia, con capolinea la Turchia che lo rivende in Europa, portata alla luce per la prima volta.

Lo ha fatto, come dice il vincitore del Premio Grilz, senza paraocchi, pensando soltanto alle sofferenze provocate dai conflitti.

Sergio Attanasio è il secondo classificato dell’edizione 2026 del Premio Giornalistico Almerigo Grilz.

Giorgio Dirindin

Un fotoreporter deve stare sul campo, specialmente nei territori difficili, ostili, meno esplorati e attraversati da profondi conflitti.

La neutralità è necessaria per raccontare la Russia di oggi, ignorata dai media occidentali o descritta perlopiù con pregiudizi e accezioni negative. È ciò che Giorgio Dirindin ha imparato tra le giovani leve del collettivo Cesura.

Il conflitto russo-ucraino parte da lontano, dal 2014: già allora uno dei fondatori di Cesura, Andy Rocchelli, lo aveva raccontato, rimettendoci la vita. Nel suo viaggio Dirindin parte da San Pietroburgo, attraversa Mosca e arriva a Donetsk, Mariupol, Kursk, Belgorod, Sochi, fino a Sebastopoli. Vuole raccontare il lato difficile del fronte, quello russo, che in pochi stanno coprendo. Da quattro anni vive lì anche per capire meglio e in profondità quel territorio.

Il suo linguaggio fotografico è veloce e diverso, come la guerra su cui lavora: quando cambia il modo di combattere, cambia anche il linguaggio delle immagini. Dirindin racconta i giovani russi che crescono in questa crisi e registra, attraverso le sue fotografie, il profondo solco che si sta scavando nel popolo russo.

Una ricerca nella quale sta investendo la propria giovinezza professionale e che restituirà uno spaccato antropologico importantissimo. Una visione giornalistica lungimirante per un ragazzo di 25 anni, che merita sostegno anche quando i media tradizionali italiani non sanno valorizzarne l’importanza.

Giorgio Dirindin è il terzo classificato dell’edizione 2026 del Premio Giornalistico Almerigo Grilz.

Menzione speciale: Davide Albini Bevilacqua e Local Team

Menzione speciale a Davide Albini Bevilacqua, ferito alla testa mentre filmava gli scontri fuori dallo stadio di Udine durante la partita Italia-Israele, e a Local Team, le cui immagini sono spesso utilizzate per dimostrare tesi di parte con servizi realizzati da chi, dentro le redazioni, non rischia nulla.

Premio alla memoria: Giancarlo Coccia

In Africa gli amici neri lo chiamavano “Mabigode”, l’“uomo dal baffo”, per via di quel baffo arricciato che lo faceva sembrare un moderno Yanez sperduto tra i tumulti dell’Africa nera.

Nei suoi 85 anni vissuti appassionatamente e sfrontatamente, Giancarlo Coccia è stato giornalista, inviato e corrispondente per Il Giornale di Montanelli. Ma non soltanto: è stato anche un avventuriero, un cacciatore audace, un appassionato collezionista d’armi e un tenace pescatore d’altura.

Nei suoi libri e nei suoi racconti, l’Africa e gli africani sono mondi e uomini affascinanti, ma diversi. Luoghi ed esseri con cui è possibile misurarsi, ma non sempre convivere; realtà ferine e crudeli, ironiche e grottesche.

Giancarlo era anche l’uomo capace di chiamarti da dodicimila chilometri di distanza e dirti: “Gian, ho parlato con il capo della Renamo. Sono pronti a darci una mano a trovare la tomba di Almerigo in Mozambico. Vieni giù che ci proviamo?”.

In quel novembre 2002 andò così. Se oggi sappiamo dov’è l’albero sotto cui riposa Almerigo, lo dobbiamo anche a lui.

Addio Mabigode, che la terra ti sia lieve.